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Disturbi trattati dalla dott.ssa D’Antuono
(riferimenti teorici: teoria sistemico-relazionale di Valeria Ugazio
arricchita di elementi cognitivisti post-razionalisti tratti dall’opera di Vittorio Guidano)

 

1. Disturbi fobici (agorafobia, claustrofobia, attacchi di panico, fobie)
I soggetti fobici vivono con una costante sensazione di allarme (ansia) rispetto al presentimento di accadimenti futuri che si sentono inadeguati ad affrontare. Per loro è molto importante poter contare su punti di riferimento saldi (una relazione affettiva, un amico, la famiglia, il posto di lavoro) che vengono vissuti però sia come rassicuranti che come soffocanti.

Nello specifico, i soggetti fobici vivono la compresenza della paura di fronte ad un mondo vissuto come pericoloso (da qui la necessità di un ancoraggio da cui dipendere)  ma anche del desiderio di libertà e di indipendenza dalle relazioni che forniscono protezione e sicurezza.

L’insorgere della psicopatologia fobica si verifica in risposta a eventi e/o circostanze che vanno a estremizzare nel soggetto questo dilemma (essere libero ma sentirsi solo di fronte ad un mondo pericoloso o essere protetto da una relazione ma sentirsi dipendente e debole?), rendendolo ai suoi occhi risolvibile solo attraverso il ricorso al sintomo.


Trattamento

La terapia di questo tipo di disturbi consiste nella ricostruzione della “dinamica dello scompenso”; nella comprensione dei significati del sintomo; nell’apprendimento di modalità di gestione del sintomo; nel supporto alla costruzione di un equilibrio tra i bisogni di libertà/protezione del soggetto fobico.


2. Disturbi Ossessivo-Compulsivi (ossessioni pure o ossessioni e compulsioni/rituali)

Anna Freud affermò che nessun altro fenomeno mentale esprime con uguale chiarezza il dilemma umano del contrasto tra impulsi innati e obblighi morali acquisiti.
La dinamica emotiva entro cui si trovano i soggetti ossessivi riguarda la contrapposizione tra Bene e Male. Da una parte ci sono il sacrificio, l’abnegazione, la purezza, l’ascesi, l’intransigenza; dall’altra l’egoismo, l’avidità, la sensualità, la crudeltà, l’immoralità.
Spesso questi soggetti provengono da contesti familiari in cui accanto a persone che controllano le loro emozioni ce ne sono altre che le esprimono in modo potente, aggressivo, a volte perverso.
Il soggetto avverte una scissione interna, come se fosse diviso in una metà giusta e buona che deve essere confermata e una metà sbagliata e cattiva che deve essere controllata, combattuta o soppressa.
Il soggetto ossessivo non riesce a collocarsi né nella prima né nella seconda polarità: se sceglie di “rinunciare alla vita” (la parte buona e astinente) si sente buono ma annichilito e rancoroso; se sceglie di “immergersi nelle pulsioni” (la parte cattiva) si sente cattivo e angosciato, pieno di sensi di colpa e paura.
La soluzione al dilemma è quella di indugiare nel mezzo attraverso il dubbio, le rimuginazioni, l’impossibile ricerca di certezze assolute e l’indecisione.
Le ossessioni e le compulsioni si configurano come soluzioni di compromesso che permettono al soggetto ossessivo di esprimere gli impulsi rimossi (soprattutto quello erotico-sessuale e aggressivo).


Trattamento

La terapia di questo tipo di disturbi viene condotta dalla dott.ssa D’Antuono con un approccio che integra la teoria sistemico-relazionale e l’apporto cognitivista post-razionalista e consiste nell’individuare le situazioni che possono scatenare uno squilibrio clinico; individuare le aree critiche per lo sviluppo delle ossessioni e, se presenti, dei rituali; ricostruire i significati delle ossessioni e dei rituali, per aumentare l’autocontrollo delle emozioni che perturbano il soggetto. Successivamente si lavora sulla ricostruzione dello stile affettivo (prendere in esame la carriera affettivo/sentimentale del soggetto) e sulla storia di sviluppo.

 

3. Disturbi Alimentari (Anoressia, Bulimia, Obesità)

La semantica entro cui si sviluppano i disturbi alimentari è quella del potere, per cui in queste famiglie c’è chi vince e chi perde, chi ha successo e chi fallisce, chi è determinato e chi è arrendevole.
Essendo possibile considerarsi “vincenti“ o “perdenti” solo rispetto agli altri, in queste famiglie vengono tenuti in estrema considerazione il giudizio degli altri, le apparenze sociali. I membri di queste famiglie hanno la consuetudine di valutare se stessi o gli altri  “vincenti/perdenti” attraverso il confronto competitivo con gli altri, ragion per cui la relazione con l’altro è centrale per la definizione del proprio sé.
Spesso sono presenti in queste famiglie storie di riscatto sociale o differenze di rango tra le famiglie di provenienza del padre e della madre.
In queste famiglie, le differenze vengono vissute come illegittime, ragion per cui la differenziazione dagli altri è ostacolata: molti autori chiamano questa dinamica familiare “invischiamento”. Da un punto di vista comunicativo, si può osservare in questi nuclei un’altissima frequenza di rifiuti e un grande desiderio di conferme.
Avendo una percezione vaga e indefinita di sé, la persona con questo tipo di semantica oscilla tra desiderio di conferme e approvazione e la paura di venire intrusi e disconfermati.

Con il cibo i soggetti con questa semantica tendono a replicare le stesse dinamiche che hanno con gli altri: più lo rifiutano, lo controllano, lo rigettano, più ne sono assoggettate, in una cornice di sostanziale dipendenza.
Attraverso il digiuno e il vomito, le anoressiche e le bulimiche (che tendono a collocarsi nel polo dei “vincenti”) si oppongono alle figure centrali di attaccamento, intensificandone il rapporto. Esse tendono ad aderire ai valori del proprio gruppo familiare e sociale. Volitive, operose, competitive, sono estremamente sensibili al giudizio dell’altro e tendono alla compiacenza e al perfezionismo. Temono il coinvolgimento emotivo e sessuale.
I soggetti obesi tendono a posizionarsi nel polo dei “perdenti”: ipercritici e anticonformisti, tendono a smascherare coloro che si trovano in una posizione di supposta superiorità. Temono relazioni sessuali intime e prediligono partner che hanno bisogno del loro aiuto.


Trattamento

Il sintomo anoressico-bulimico irrompe in età adolescenziale o pre-adolescenziale, dopo un’infanzia relativamente serena e, nella maggioranza dei casi, senza traumi particolari. È buona norma, quando la richiesta d’aiuto riguarda un adolescente, utilizzare un setting misto (individuale e familiare), coinvolgendo nel lavoro psicoterapeutico l’intera famiglia, come risorsa e fonte di cambiamento per il soggetto in difficoltà.
In età adulta, verrà privilegiato un lavoro individuale focalizzato in un primo momento sulle tematiche del giudizio degli altri, del confronto sociale e successivamente volto all’esplorazione delle modalità di attaccamento del soggetto, al fine di migliorare il suo rapporto con se stesso, con gli altri e con il mondo, rafforzando la propria autonomia di pensiero e giudizio.
Questo tipo di lavoro ha solitamente ripercussioni positive anche sul rapporto con il cibo.
Nei casi più gravi, la dottoressa D’Antuono si avvale della collaborazione con nutrizionisti, medici, psichiatri.


4. Disturbi dell’Umore (Depressione maggiore, Disturbi bipolari)

La depressione come “sintomo” (caratterizzata da umore depresso, perdita di interesse per le attività abituali, disturbi del sonno e dell’appetito, difficoltà di concentrazione) è presente trasversalmente in varie organizzazioni di significato: le persone obese lo sono spesso; così come gli agorafobici i quali soffrono molto per la loro dipendenza da figure protettive; i narcisisti, i quali non patiscono per il vuoto affettivo in cui vivono, entrano facilmente in depressione quando la loro immagine esteriore viene intaccata; ma soprattutto gli ossessivi, il cui stile cognitivo rigido, che non ammette alternative ai loro desiderata, li espone spesso a delusioni e vissuti depressivi.
Quando si parla di Disturbi dell’Umore (nelle forme unipolari con sola depressione e bipolari, caratterizzate dall’alternanza di fasi depressive e fasi maniacali o ipomaniacali) ci si riferisce, in questa sede, alle organizzazioni di significato depressive, caratterizzate dalla semantica dell’appartenenza.
Le persone con organizzazione depressiva crescono in contesti dove c’è chi appartiene e chi viene escluso, chi gode del bene supremo dell’inclusione nella famiglia e nella comunità e chi, al contrario, viene respinto, emarginato, isolato, disonorato.
Sono frequenti in queste famiglie rotture con il proprio nucleo familiare, privazioni delle proprie radici, nascite illegittime, sfruttamento e defraudazione, ma anche carriere folgoranti, eredità e altri eventi fortunati: sembra che in queste famiglie la vita sia stata estremamente generosa con alcuni e molto crudele con altri.
Un altro valore molto importante nei contesti dove si sviluppa la depressione è l’onore (messo in discussione dall’esclusione). Il dilemma dei depressi riguarda la scelta tra l’appartenenza al legame e l’onorabilità – entrambe fondamentali - che in alcune circostanze rischiano di escludersi a vicenda.
Il depresso è incline ad accessi di rabbia con i quali attacca e rompe relazioni con persone significative per proteggere la propria onorabilità. L’emergere della crisi depressiva (dopo momenti autodistruttivi in cui le relazioni sono state attaccate e “distrutte”) permette una riconciliazione con l’altro, senza mettere in discussione la dignità, in quanto il riavvicinamento avviene tramite la “malattia”. Come mette in luce Ugazio, considerare l’umore un regolatore delle distanze interpersonali permette di spiegare la natura ciclica della depressione.
Tutti gli studiosi che si sono occupati di depressione concordano sul fatto che le persone che tendono alla depressione hanno un’immagine di se stessi negativa. Beck aggiunge che essi hanno una visione negativa anche del mondo e del futuro (secondo alcuni studiosi la triade negativa non potrebbe garantire la sopravvivenza). Appare sorprendente che persone con una bassa autostima come i depressi siano capaci di imprese notevoli, in ogni campo dello scibile umano (solo per citarne alcuni, si pensi a Beethoven e a Leopardi). Una chiave di lettura interessante la fornisce Guidano: per i depressi l’autosufficienza non è una conquista (come per i fobici), è un dato di fatto con cui hanno dovuto dolorosamente fare i conti sia da piccoli e l’impegnarsi in un’impresa fuori del comune è una strategia con cui essi mirano ad essere finalmente apprezzati e accolti nella comunità. L’obiettivo impossibile dà al depresso la motivazione per lottare non per il successo, la ricchezza o la fama ma per raggiungere una sorta di idoneità affettiva per essere amato in modo incondizionato. In questi casi, si può verificare la depressione da successo, in quanto il depresso si accorge che nonostante abbia raggiunto l’ obiettivo impossibile nulla è cambiato nella sua vita a livello affettivo.
Ancora aperto il dibattito se la depressione, come sostenuto dalla psichiatria organicista, sia causata da una mancanza di serotonina (“malattia del cervello”) e se sia ereditaria.
Sono in aumento gli studi che dimostrano una buona efficacia sulla depressione della psicoterapia.


Trattamento

Depressione Maggiore:
Si ricostruisce il modo con cui il soggetto esperisce la realtà, aiutando il soggetto a mettere a fuoco l’esperienza immediata e come egli/ella si spiega quella esperienza; si ricostruisce la modalità dello squilibrio clinico attraverso l’auto-osservazione; si analizzano i temi di vita, in particolare la sensibilità alla perdita e l’oscillazione tra rabbia e disperazione, tipica di questa organizzazione di significato. Dopo l’analisi del momento presente, si passerà alla ricostruzione dello stile affettivo e della storia di sviluppo.

Depressioni Bipolari: il trattamento è integrato, con riferimenti all’approccio sistemico-relazionale (Cancrini, Ugazio), cognitivo post-razionalista (Guidano) e alla Terapia Interpersonale e dei Ritmi Sociali (Frank).  Il setting è misto (individuale/familiare), con coinvolgimento dei familiari più significativi.
I punti principali del trattamento riguardano la ricostruzione della malattia del paziente, il fornire informazioni al paziente sul suo disturbo, il sostegno nella gestione dei sintomi affettivi, la ricostruzione delle caratteristiche della sfera interpersonale, la costruzione della capacità di gestione di rapporti personali più soddisfacenti, il miglioramento della regolarità dei ritmi quotidiani. Ai soggetti viene offerta la possibilità di elaborare il dolore per quello che Frank definisce il “Sé sano perduto”, per venire a patti con i cambiamenti che il disturbo ha portato nella loro vita, riducendo la negazione e aumentando la consapevolezza sulla natura a lungo termine del disturbo.