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Del saper desiderare come antidoto all'insoddisfazione

Sempre più spesso i genitori si lamentano, tra di loro o con lo psicologo durante le consulenze specialistiche, di sentirsi tiranneggiati dai loro figli, anche se piccoli.

Al giorno d’oggi, i genitori si muovono in un mondo bambino-centrico che li vede decidere insieme ai loro figli (anche piccoli) il programma della giornata o che cosa preparare per cena o pranzo, caricandoli di responsabilità eccessive e dunque stress.

Se la famiglia di una volta era caratterizzata da confini tra i vari sottosistemi troppo rigidi (il padre era un “padre-padrone” che più che indirizzare e guidare i figli tendeva a dare ordini dall’alto della sua irraggiungibilità affettiva; la madre era una figura irrilevante dal punto di vista educativo che compensava la severità del padre dispensando affetto), la famiglia  attuale vede i confini e la distanza tra le generazioni andare in frantumi. Si va tutti insieme al ristorante (magari fino a tarda ora) abitualmente, non più per un’occasione speciale, costringendo i figli a ritmi e attività che non sono loro consoni. Ai figli viene permesso di poter giocare col telefonino di papà, se non di possederne uno proprio già alle elementari. Stiamo assistendo ad una totale promiscuità familiare con infantilizzazione dei genitori e adultizzazione precoce dei bambini che potrebbe, chissà, in un futuro utopistico dare frutti positivi, ma che per ora sta producendo solo disfunzioni nel rapporto genitori-figli e sta ostacolando una crescita sana dei piccoli.

Quando i rapporti tra generazioni diverse si appiattiscono su un versante orizzontale, i figli non hanno più la possibilità di esperire la frustrazione del sentirsi esclusi dalla coppia coniugale che, adeguatamente gestita, è sana e fa crescere. Tutto è condiviso, tutto è servito su un piatto d’argento, per di più in tempi brevi. La velocità e l’immediata disponibilità del prodotto desiderato è la cifra stilistica dell’epoca che stiamo vivendo.

Anche il ruolo genitoriale si è profondamente trasformato, in linea con questi cambiamenti: esso viene oggi inteso non più come rivolto all’educare e indirizzare i figli ma al renderli felici.

La felicità viene intesa come soddisfacimento perpetuo e totale dei bisogni, come saturazione di ogni vuoto. Quanto ci siamo allontanati dal pensiero di Epicuro, il quale metteva in luce i vantaggi del saper vivere di poco!

I figli devono avere tutto. Sembra che i loro genitori temano che, se i loro figli si sentano privati di un qualcosa che i loro amichetti hanno, potrebbero rimanerne traumatizzati.

In particolare c’è una cosa che gran parte dei genitori contemporanei rischia così facendo di non riuscire più a trasmettere ai figli: la capacità di desiderare.

Avendo troppo, tutto, non si riesce più ad apprezzare nulla.

I figli, ormai sempre più rari, vivono (forse in virtù della loro esiguità numerica) come piccoli re in mezzo a sudditi adulti (genitori, nonni) che si dedicano anima e corpo a soddisfare i loro bisogni, cosa di per sé positiva soprattutto nei primissimi anni di vita, ma che diventa deleteria quando si arriva all’eccesso di anticiparglieli (“Hai fame? Hai sete? Devi far pipì? Vuoi questo?”) o se si interviene ancor prima che il bambino abbia la possibilità di definire con chiarezza a se stesso (con un adeguato intervento dell’adulto) se ciò che vuole sia frutto di un desiderio autentico o di un capriccio momentaneo.

C’è da chiedersi seriamente perché, mai come in quest’epoca, i nostri figli debbano avere “tutto” e “il meglio di tutto”. Questo “tutto” è inteso da alcuni genitori in senso più materiale (l’ultimo gadget uscito sul mercato o i vestiti più alla moda, o gli articoli della “griffe” più esclusiva, il cibo più sano) da altri in senso più immateriale (gli stimoli culturali migliori, la scuola più esclusiva, il corso di musica più innovativo, la babysitter o il pediatra “perfetti”). Da una parte è comprensibile che un genitore voglia tutto il meglio per il proprio figlio (quale genitore augurerebbe al proprio figlio un destino di mediocrità?); ciò che comprendo con più difficoltà è il pensare che fornire le cure (materiali e immateriali) “perfette” a 360° sia realmente possibile ma soprattutto auspicabile per la crescita sana del bambino.

Non comprendo la corsa agli armamenti che spesso comporta l’operazione del soddisfare tutte le voglie dei figli, anzi mi inquieta, soprattutto quando al “tutto” viene accostato il “subito”. Cercare con urgenza il negozio dov’è in vendita un dato prodotto, altrimenti il figlio soffre se è l’unico del gruppo che non ce l’ha… “Potrebbe sentirsi diverso o peggio inferiore”.

Ecco i genitori tutti presi a costruire intorno ai loro figli una sorta di “fortezza di benessere”,  inteso come appagamento perpetuo, eterna felicità. Per troppo amore li si ricoprirebbe di oro. L’intenzione che traspare da questo stile genitoriale è quella di aiutarli a diventare individui migliori, in pace con se stessi e con gli altri, soprattutto con i genitori. Ma non è così. Invece che “piccoli geni” o “piccoli illuminati” diventano “piccoli tiranni” e anziché felici e non turbati da desideri non soddisfatti diventano animali feroci pronti a sbranare mamma e papà con le loro urla se un loro capriccio non viene soddisfatto, piccoli impertinenti indifferenti ai richiami dei genitori e insofferenti alle regole…

Ed ecco affiorare la delusione del genitore…. “Con tutto quello che gli do, con tutto l’impegno che ci metto per stimolarlo e renderlo felice, perché fa così? Perché non mi ascolta?”.

Trovo che tutta questa ricerca dell’accudimento perfetto nasconda profonde angosce da parte del genitore: ansia, insicurezza, carenze affettive profonde e pregresse che si cerca di colmare con l’amore del figlio.

Qual è l’antidoto a tutto questo?

Il punto di partenza è focalizzare che è solo da una mancanza che si può costruire qualcosa.

Occorre dunque imprescindibilmente partire dalla valorizzazione e rivalutazione della mancanza, del vuoto. Non sto parlando di improntare uno stile di vita sulla privazione e sullo sforzo fini a se stessi, ma sul dare valore al desiderio, sul favorire una corretta gestione di esso che necessita di un percorso per poter essere esaudito. Un percorso fatto di un progetto, di impegno, di scelte: non si può avere tutto. Ma non è neanche necessario avere tutto: non si deve entrare in un rapporto di dipendenza con gli oggetti, pena la perdità della libertà.

Saturando ogni spazio, il desiderio non respira e sfiorisce. La capacità di farlo esistere necessita di uno spazio in cui esso possa crescere, diffondersi, librarsi, come un fiore che espande i petali della sua corolla rivelandone la bellezza.

Se non si è capaci di con-vivere con il desiderio, se non si è capaci di “tollerarlo” e contenerlo, ecco che esso si trasformerà in una compulsione incontenibile e insopportabile che si sposterà da un oggetto all’altro, non appena esso verrà soddisfatto. Da bambini continuamente desiderosi di giocattoli pronti a buttare quello appena comprato per cominciare a desiderarne uno successivo, si diventa adulti incapaci di mantenere fermo il desiderio su un dato oggetto, perché appena lo si possiede non interessa più. Può capitare di desiderare un vestito finchè esso è in una vetrina; lo stesso vestito può deludere non appena lo si è acquistato.

Spesso adulti con una siffatta “patologia del desiderio” senza esserne consapevoli trasmettono questa eterna insoddisfazione ai loro figli.

 

Se siamo genitori che riconoscono di avere difficoltà in una corretta gestione del desiderio, chiediamoci quali possano essere i nostri comportamenti e atteggiamenti - che traspaiono nell’educazione che cerchiamo di impartire ai nostri figli - attraverso i quali rischiamo di trasmettere ai nostri figli un analogo problema.

 

Siete mai stati allo zoo? il segreto della la sopravvivenza secondo Dario Fani

“Se siete stati fortunati, se era una bella giornata di sole, avrete notato la varietà di animali che si trovano in uno zoo. Ognuno con caratteristiche particolari. Non c’è nessuna forma che sia uguale a un’altra. Ognuna di quelle forme esprime una stessa capacità, ma lo fa con modalità completamente diverse. Per muoversi il serpente non ha arti e striscia sul ventre. Lo struzzo sta su due zampe, la giraffa ne usa quattro e la foca nuota. L’aquila si muove usando gli arti superiori: vola. Il mondo della natura ci insegna che non c’è un solo modo, un’unica soluzione al movimento, ma tante strategie differenti. L’altra cosa importante è che non esiste animale che in una maniera o in un’altra non si muova. E’ un esercizio inutile provare a stabilire quale sia il modo migliore per muoversi: ognuno è incline ad applicare un metodo e a scartarne un altro. Inoltre, avrete notato, ognuno di quegli animali ha delle peculiarità. L’elefante usa il naso per afferrare gli oggetti. La scimmia si appende ai rami con la coda. Il formichiere trova il cibo con la lingua…” ha parlato per diversi minuti, come un documentarista del National Geographic. E alla fine ha detto che come c’è il ghepardo, nella savana c’è anche il leone. Il ghepardo è veloce, rapido, fulmineo. Il leone è più macchinoso, lento, sedentario. “Ecco: i figli degli altri genitori vi sembreranno dei ghepardi e il vostro bambino somiglierà più a un leone. Impiegherà più tempo per arrivare dove arrivano gli altri. Ma arriverà”. E poi ha continuato dicendo che la lentezza non è necessariamente un difetto: ha dei pregi. Permette di gustare pienamente le cose. La conquista fatta con lentezza ha un sapore diverso, più equilibrato. “Vostro figlio vi darà più tempo per gustare appieno ogni singola conquista. Nel mondo frenetico di oggi io ritengo sia un bel regalo”.

 

Il monologo è tratto dal bel libro di Dario Fani “Ti seguirò fuori dall’acqua”. Il personaggio che parla non è un etologo ma un neuropsichiatra infantile che sta spiegando a due novelli genitori come si svolgerà la crescita del loro bambino appena nato, affetto da sindrome di Down.

E lo fa suggerendo loro un modo di vedere le cose che facilita l’accoglienza della diversità.

 

Nel discorso del neuropsichiatra è espresso un concetto molto importante, che per sopravvivere non c’è una strategia migliore di un’altra, ma che ognuno deve saper individuare la propria, quella che sente più affine alla propria natura, alle proprie inclinazioni.

Se prendiamo in esame l’evoluzione multimillenaria delle varie specie, noteremo un fenomeno davvero straordinario, che cioè non esiste una specie che è prevalsa sulle altre ma che tutte si sono evolute insieme. I predatori non hanno mai sterminato tutte le prede; gli erbivori a loro volta non hanno mai determinato l’estinzione per fame dei carnivori rendendosi imprendibili, né hanno sterminato l’intero mondo vegetale.

Le stesse piante, che appaiono così indifese nella loro impossibilità di muoversi, possiedono sofisticati meccanismi di difesa che permettono loro di sopravvivere: spine, veleno, spessore delle foglie, cromatismi che allontanano gli erbivori, mimetizzazione.

Non esiste un unico modo di stare al mondo che garantisce la sopravvivenza: l’aggressività del ghepardo non garantisce a priori una migliore qualità dell’esistenza rispetto alla timidezza del cerbiatto o all’apparente passività di un vegetale. Ognuno vede la realtà in modo differente e quindi utilizzerà strategie differenti di stare al mondo.

Per sopravvivere non è tanto importante la strategia, quanto la capacità di convivere con gli altri, nel rispetto delle differenze.

 

L’ erbivoro, fuori di metafora la persona timida, sarà un acuto osservatore, sarà meno incline a reagire in modo impulsivo. Nel suo equipaggiamento ci saranno sensibilità, capacità di attendere, di ascoltare, forse lentezza ma proprio per questo il timido sarà un efficace pianificatore, capace di assaporare l’attimo, capace di fermarsi e pensare. Solitario e riservato forse, ma più autonomo di chi per divertirsi ha bisogno di una platea di ammiratori. Meno battagliero forse, ma anche meno incline ad accanirsi nel cambiare la realtà esterna, che scorre secondo modalità il più delle volte indipendenti dalla nostra capacità di controllo.

Il carnivoro, ovvero la persona estroversa, irruenta, veloce brillerà di più nelle situazioni in cui c’è bisogno di un leader che prenda in mano la situazione, sarà il motore del gruppo, irrinunciabile animatore di serate tra gli amici, trascinatore di folle, saprà comunicare entusiasmo e voglia di arrivare a se stessi e agli altri, sarà un punto di riferimento per il gruppo, pronto ad assumersi le responsabilità e a esporsi in prima persona. Sarà però bisognoso del consenso degli altri, impulsivo e poco controllato, un dominatore nato ma forse proprio per questo affascinante.

Inoltre, entrambi danno il meglio di sé accanto all’altro, in modo che ognuno smussi i difetti ed esalti i punti di forza dell’altro, in una collaborazione reciproca che è il vero segreto della sopravvivenza e del successo.

 

Meglio dunque pecora o leone? Al mondo, per progredire insieme, c’è bisogno di tutti e due.