Disturbi trattati

Disturbi depressivi

(Riferimenti teorici: teoria dell’attaccamento di John Bowlby, teoria sistemico-relazionale di Valeria Ugazio, cognitivismo post razionalista di Vittorio Guidano)

Disturbi dell’Umore (Depressione maggiore, Disturbi bipolari)

La depressione come “sintomo” (caratterizzata da umore depresso, perdita di interesse per le attività abituali, disturbi del sonno e dell’appetito, difficoltà di concentrazione) è presente trasversalmente in varie organizzazioni di significato: le persone obese lo sono spesso; così come gli agorafobici i quali soffrono molto per la loro dipendenza da figure protettive; i narcisisti, i quali non patiscono per il vuoto affettivo in cui vivono, entrano facilmente in depressione quando la loro immagine esteriore viene intaccata; ma soprattutto gli ossessivi, il cui stile cognitivo rigido, che non ammette alternative ai loro desiderata, li espone spesso a delusioni e vissuti depressivi.
Quando si parla di Disturbi dell’Umore (nelle forme unipolari con sola depressione e bipolari, caratterizzate dall’alternanza di fasi depressive e fasi maniacali o ipomaniacali) ci si riferisce, in questa sede, alle organizzazioni di significato depressive, caratterizzate dalla semantica dell’appartenenza.
Le persone con organizzazione depressiva crescono in contesti dove c’è chi appartiene e chi viene escluso, chi gode del bene supremo dell’inclusione nella famiglia e nella comunità e chi, al contrario, viene respinto, emarginato, isolato, disonorato.
Sono frequenti in queste famiglie rotture con il proprio nucleo familiare, privazioni delle proprie radici, nascite illegittime, sfruttamento e defraudazione, ma anche carriere folgoranti, eredità e altri eventi fortunati: sembra che in queste famiglie la vita sia stata estremamente generosa con alcuni e molto crudele con altri.
Un altro valore molto importante nei contesti dove si sviluppa la depressione è l’onore (messo in discussione dall’esclusione). Il dilemma dei depressi riguarda la scelta tra l’appartenenza al legame e l’onorabilità – entrambe fondamentali – che in alcune circostanze rischiano di escludersi a vicenda.
Il depresso è incline ad accessi di rabbia con i quali attacca e rompe relazioni con persone significative per proteggere la propria onorabilità. L’emergere della crisi depressiva (dopo momenti autodistruttivi in cui le relazioni sono state attaccate e “distrutte”) permette una riconciliazione con l’altro, senza mettere in discussione la dignità, in quanto il riavvicinamento avviene tramite la “malattia”. Come mette in luce Ugazio, considerare l’umore un regolatore delle distanze interpersonali permette di spiegare la natura ciclica della depressione.
Tutti gli studiosi che si sono occupati di depressione concordano sul fatto che le persone che tendono alla depressione hanno un’immagine di se stessi negativa. Beck aggiunge che essi hanno una visione negativa anche del mondo e del futuro (secondo alcuni studiosi la triade negativa non potrebbe garantire la sopravvivenza). Appare sorprendente che persone con una bassa autostima come i depressi siano capaci di imprese notevoli, in ogni campo dello scibile umano (solo per citarne alcuni, si pensi a Beethoven e a Leopardi). Una chiave di lettura interessante la fornisce Guidano: per i depressi l’autosufficienza non è una conquista (come per i fobici), è un dato di fatto con cui hanno dovuto dolorosamente fare i conti sia da piccoli e l’impegnarsi in un’impresa fuori del comune è una strategia con cui essi mirano ad essere finalmente apprezzati e accolti nella comunità. L’obiettivo impossibile dà al depresso la motivazione per lottare non per il successo, la ricchezza o la fama ma per raggiungere una sorta di idoneità affettiva per essere amato in modo incondizionato. In questi casi, si può verificare la depressione da successo, in quanto il depresso si accorge che nonostante abbia raggiunto l’ obiettivo impossibile nulla è cambiato nella sua vita a livello affettivo.
Ancora aperto il dibattito se la depressione, come sostenuto dalla psichiatria organicista, sia causata da una mancanza di serotonina (“malattia del cervello”) e se sia ereditaria.
Sono in aumento gli studi che dimostrano una buona efficacia sulla depressione della psicoterapia.

Trattamento

Depressione Maggiore:
Si ricostruisce il modo con cui il soggetto esperisce la realtà, aiutando il soggetto a mettere a fuoco l’esperienza immediata e come egli/ella si spiega quella esperienza; si ricostruisce la modalità dello squilibrio clinico attraverso l’auto-osservazione; si analizzano i temi di vita, in particolare la sensibilità alla perdita e l’oscillazione tra rabbia e disperazione, tipica di questa organizzazione di significato. Dopo l’analisi del momento presente, si passerà alla ricostruzione dello stile affettivo e della storia di sviluppo.

Depressioni Bipolari: il trattamento è integrato, con riferimenti all’approccio sistemico-relazionale (Cancrini, Ugazio), cognitivo post-razionalista (Guidano) e alla Terapia Interpersonale e dei Ritmi Sociali (Frank).  Il setting è misto (individuale/familiare), con coinvolgimento dei familiari più significativi.
I punti principali del trattamento riguardano la ricostruzione della malattia del paziente, il fornire informazioni al paziente sul suo disturbo, il sostegno nella gestione dei sintomi affettivi, la ricostruzione delle caratteristiche della sfera interpersonale, la costruzione della capacità di gestione di rapporti personali più soddisfacenti, il miglioramento della regolarità dei ritmi quotidiani. Ai soggetti viene offerta la possibilità di elaborare il dolore per quello che Frank definisce il “Sé sano perduto”, per venire a patti con i cambiamenti che il disturbo ha portato nella loro vita, riducendo la negazione e aumentando la consapevolezza sulla natura a lungo termine del disturbo.